COMUNICAZIONE, CONSAPEVOLEZZA, complessità
Comunicare la complessità è complesso. Riconoscerla può bastare.
La comunicazione può costruire comprensione, ma non ogni distanza deve essere colmata. A volte la postura più consapevole consiste nel riconoscere l’incompatibilità, sospendere il giudizio e scegliere.
Ho studiato Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa alla IULM, quando il mondo della comunicazione era già attraversato da grandi trasformazioni, anche se molte delle dinamiche che osserviamo oggi dovevano ancora manifestarsi con questa intensità.
Negli anni sono cambiati gli strumenti, i linguaggi, la velocità con cui circolano le informazioni e, soprattutto, il contesto sociale e culturale in cui quelle informazioni vengono interpretate. Pensare alla comunicazione come a un processo lineare tra chi invia un messaggio e chi lo riceve è da tempo insufficiente, ammesso che sia mai stato sufficiente. Ogni messaggio entra in un sistema di valori, esperienze, interessi, paure, identità e livelli di consapevolezza differenti.
Ho partecipato al webinar Comunicare la complessità è complesso, organizzato da FERPI con CASP e FERPILab, durante il quale Enrico Cerni ha definito il professionista delle relazioni pubbliche come un navigatore: qualcuno che legge il contesto, coglie i segnali deboli, intercetta i cambiamenti culturali e contribuisce alla costruzione di significati condivisi.
Mi sono riconosciuta profondamente in questa visione, che attraversa il mio lavoro da molti anni. La stessa riflessione era già presente nella mia tesi sul valore umano nell’era della comunicazione globale, dalla quale sto sviluppando un nuovo libro dedicato alla leadership, alla consapevolezza e ai cambiamenti che stanno trasformando il lavoro.
Resta però una domanda: siamo sicuri che, di fronte alla complessità, sia sempre necessario arrivare a un significato condiviso?
La complessità comprende anche l’incompatibilità
Comunicare la complessità richiede la capacità di renderla comprensibile senza ridurla a uno slogan, cancellare il contesto o trasformare ogni dilemma in una scelta apparentemente semplice.
Tuttavia, comprendere la complessità significa riconoscere anche ciò che resiste alla ricomposizione.
Persone, gruppi e organizzazioni possono avere valori, interessi, strutture interiori e livelli di consapevolezza differenti. Possiamo costruire una cornice nella quale questi elementi diventino visibili e comprensibili, ma la cornice non garantisce che possano convivere nella stessa direzione.
Edgar Morin, uno dei principali riferimenti del pensiero complesso, invita a collegare continuando a distinguere (relier, tout en distinguant): a non frammentare la realtà in compartimenti isolati e, allo stesso tempo, a non cancellare contraddizioni e antagonismi nel tentativo di ricomporli artificialmente.
È un passaggio che trovo fondamentale, al quale aggiungerei una distinzione: mettere in relazione non significa rendere compatibile.
Durante il webinar, a proposito della rete di relazioni che il comunicatore contribuisce a tessere, è emersa una domanda interessante:
«Come facciamo a convincere gli altri a tessere questa rete insieme a noi?»
Secondo me, la domanda contiene già un presupposto da mettere in discussione: non sempre dobbiamo convincere gli altri. E dovremmo chiederci perché sentiamo il bisogno di farlo.
Una parte dell’incertezza che caratterizza i sistemi complessi nasce proprio dall’impossibilità di controllare ciò che ci circonda: l’incertezza cresce anche quando ci confrontiamo con una pluralità di punti di vista, interpretazioni, valori e direzioni possibili, non tutti compatibili con i nostri. Convincere l’altro può allora diventare, anche inconsapevolmente, un tentativo di ridurre questa incertezza riportando la differenza dentro una cornice che ci rassicura.
Costruire relazioni non significa necessariamente produrre convergenza. Possiamo osservare nella stessa cornice idee, persone, valori e sistemi differenti; possiamo comprenderne le relazioni, osservare ciò che producono quando entrano in contatto e riconoscere persino ciò che hanno da insegnarsi reciprocamente. Questo non implica che possano o debbano convergere. Fare spazio alla complessità significa, per me, fare spazio anche alla possibilità che degli elementi rimangano distinti e incompatibili. Possiamo osservare tutti i colori del quadro senza pretendere che ogni colore debba mescolarsi con gli altri.
L’incompatibilità fa parte della complessità. Serve a renderla conoscibile.
Il diverso ci fa da specchio perché ci permette di osservare, per contrasto, chi siamo, quali valori ci guidano, che cosa preferiamo e quale realtà vogliamo contribuire a costruire. Cercare di eliminare ogni incompatibilità significa eliminare anche una parte fondamentale della funzione evolutiva della differenza.
Come ho approfondito nell’articolo Conflitto o incompatibilità? L’inganno dell’ego che trasforma ogni differenza in una guerra, incompatibilità non significa conflitto. Il conflitto emerge quando qualcuno pretende di negare la differenza, correggerla, vincerla oppure costringere l’altro a diventare compatibile.
La neutralità viene prima della scelta
Riconoscere l’incompatibilità richiede una postura neutrale. Neutralità, in questo contesto, è uno spazio in cui rallentare, fare silenzio e ascoltare, sospendere temporaneamente il giudizio per osservare la realtà con la minore interferenza possibile delle nostre paure, proiezioni, aspettative e necessità identitarie.
Da quel terreno neutro possiamo scegliere usando la nostra bussola, composta dai valori, dalla consapevolezza acquisita e dalla realtà che preferiamo costruire.
Possiamo stabilire che cosa riteniamo positivo o negativo, che cosa desideriamo includere nella nostra esperienza e che cosa vogliamo escludere, quali relazioni intendiamo coltivare e quali direzioni sentiamo ormai estranee. Ogni scelta avverrà attraverso la nostra bussola, composta dai valori, dalla consapevolezza acquisita e dalla realtà che preferiamo costruire.
Nella complessità, infatti, possiamo non avere una mappa abbastanza precisa da dirci dove arriveremo. Possiamo però avere una bussola. La mappa prova a descrivere il territorio; la bussola ci ricorda in quale direzione vogliamo andare. E quella direzione è data dai nostri valori.
Questo significa anche accettare che non tutte le bussole puntino nella stessa direzione. Possiamo ascoltarci, comprenderci, costruire connessioni e perfino tessere una rete insieme, ma soltanto finché esiste una compatibilità sufficiente a farlo. Il compito della comunicazione non può diventare quello di convincere ogni interlocutore a salire sulla nostra barca o a desiderare il nostro stesso porto.
Durante il webinar, Cerni ha richiamato anche la parola greca alētheia, verità, collegandola all’idea del non-nascondimento e dell’assenza di dimenticanza: la verità come qualcosa che emerge quando togliamo ciò che la nasconde.
È una definizione profondamente affine al mio pensiero e al mio approccio. Nel mio metodo, la verità è anche un ricordare: un tornare a riconoscere chi siamo sotto le sovrastrutture, quali valori ci appartengono per nostra natura fondamentale e quale direzione continua a indicare la nostra bussola quando smettiamo, almeno per un momento, di cercare fuori da noi una mappa definitiva.
La neutralità non richiede indifferenza né passività. Richiede abbastanza presenza da osservare e ascoltare prima di reagire e abbastanza responsabilità da scegliere senza trasformare la propria preferenza in una legge universale.
Questo principio attraversa anche il mio ebook Ruhe inmitten des Sturms, dedicato alla capacità di mantenere lucidità e discernimento dentro il caos informativo, emotivo e sociale. Restare centrati consente di distinguere ciò che accade da ciò che stiamo proiettando su ciò che accade.
Sapere quando comunicare
Una delle competenze comunicative più importanti consiste nel riconoscere quando la comunicazione ha raggiunto il proprio limite.
Possiamo cambiare le parole, fornire altro contesto, rendere il messaggio più chiaro e scegliere una cornice diversa. Tutto questo rimane utile quando dall’altra parte esiste una reale disponibilità a comprendere.
In altri casi, continuare a spiegare alimenta il complesso del salvatore: l’idea che, trovando finalmente le parole giuste, riusciremo a portare l’altra persona al nostro livello di lettura, a convincerla oppure a liberarla da una realtà che continua a scegliere.
La comunicazione richiede reciprocità. Comprendere qualcosa può costringere una persona a mettere in discussione l’identità, la posizione o l’equilibrio che desidera preservare. Nessuna spiegazione può sostituirsi alla sua disponibilità a farlo.
Anche scegliere di interrompere una conversazione comunica qualcosa: dichiara che abbiamo riconosciuto il limite del confronto e che abbiamo smesso di confondere la perseveranza con la capacità di creare comprensione. Ne parlo anche in Quando la tolleranza diventa complicità e la resilienza enabling, dove analizzo il punto in cui continuare a comunicare rischia di trasformarsi in partecipazione a una dinamica disfunzionale.
domande per leggere la complessità
Quale rete stiamo davvero tessendo?
Una delle domande finali del webinar riguardava la rete che, come professionisti della comunicazione, stiamo contribuendo a tessere.
La domanda riguarda tutti.
Quale realtà stiamo alimentando ogni volta che comunichiamo? Quali differenze stiamo cercando di comprendere e quali stiamo tentando di cancellare? Quanto del nostro bisogno di dialogare nasce da una reale apertura e quanto dal desiderio di convincere, salvare o controllare l’altro? Quali incompatibilità continuano a produrre conflitto perché rifiutiamo di riconoscerle?
Comunicare la complessità rimane una responsabilità fondamentale. Lo è anche accettare che alcune distanze debbano essere comprese, osservate e infine rispettate.
Il compito del comunicatore consiste nel costruire un significato condiviso oppure, quando un terreno comune non può esistere, nel rendere visibile la differenza e creare una cornice neutrale abbastanza ampia da permettere a ciascuno di riconoscere l’incompatibilità e scegliere consapevolmente la propria direzione: senza differenze reali tra ciò che preferisco io e ciò che preferisci tu, del resto, non ci sarebbe alcuna complessità da comunicare.
Lavoro sulla comunicazione proprio da questa prospettiva: leggere sistemi, relazioni e contesti complessi, riconoscere ciò che li tiene insieme e ciò che invece richiede una scelta, per trasformare la comprensione in una direzione possibile.
Quellen und weitere Informationen
- FERPI – Comunicare la complessità è complesso. Webinar organizzato da FERPI con CASP e FERPILab, 28 luglio 2026.
- Cerni, Enrico. Atlante della complessità. Leggere le parole per navigare il presente. Il Sole 24 Ore, 2025.
- Profilo LinkedIn di Enrico Cerni
- Edgar Morin, “Pour une réforme de la pensée”, Le Courrier de l’UNESCO, 24 maggio 2019.
- Edgar Morin ou l’éloge de la pensée complexe – CNRS Le Journal, 4 settembre 2018. Intervista a Edgar Morin.




