Marketing | Comunicazione e Consapevolezza
Sostenibilità ed empatia performativa: l’illusione che ci fa sentire migliori (senza cambiare nulla)
Dal greenwashing al virtue signalling: come brand e consumatori alimentano un sistema che simula il cambiamento ma non risolve la crisi ambientale.
Voglio condividere una rapida riflessione che ho fatto leggendo questo articolo “A Plastic Bag’s 2,000-Mile Journey Shows the Messy Truth About Recycling“.
Bloomberg Green ha messo dei minuscoli tracciatori digitali all’interno di tre oggetti di plastica usati e li ha depositati nei bidoni di raccolta dei negozi Tesco in giro per Londra per scoprire cosa succede ai rifiuti di plastica generati dalla più grande catena di supermercati del Regno Unito.
La conclusione del viaggio dei rifiuti, purtroppo, non mi ha sorpresa.
Questa storia dimostra ancora una volta quanto sia facile per i marchi usare parole come “verde, eco, riciclato, sostenibilità” per fare greenwashing e ingannare i consumatori ben intenzionati facendogli credere di aver fatto una scelta educata e consapevole che porterà al miglior cambiamento.
Questo caso è solo un esempio. Vediamo continuamente pratiche scorrette e poco trasparenti.
Inoltre, il virtue signalling (segnalazione di virtù) a suon di slogan non viene solo dalle aziende.
Questo meccanismo è messo in atto anche dai consumatori e le aziende sanno bene come sfruttarlo.
Il pericolo di questo ciclo che narcisisticamente si autoalimenta di sostenibilità performativa ed empatia performativa è che contribuisce all’infantilizzazione dei consumatori,
Sanno che quelle buzzwords (verde, ecologico, ecc.) innescano nei consumatori – probabilmente in buona fede, ma poco o male informati – un meccanismo di empatia o empatia performativa (stiamo assistendo a vari esempi di questa risposta egoica ultimamente) perché crea in loro l’illusione di aver fatto una scelta giusta e consapevole e soddisfa il loro bisogno di sentirsi bene con sé stessi ed essere percepiti come brave persone, sentirsi buoni e quindi essere accettati come tali dalla comunità “sono una brava persona perché uso e compro oggetti riciclati”.
È noto che i prodotti e le marche percepiti come impegnati nella sostenibilità ricevono la preferenza dei consumatori.
A mio parere, il pericolo di questo ciclo che narcisisticamente si autoalimenta di sostenibilità performativa ed empatia performativa è che contribuisce all’infantilizzazione dei consumatori, ingannandoli e diseducandoli, creando l’illusione di aver fatto progressi verso una soluzione, perché si stanno facendo “scelte più buone che cattive”, senza risolvere effettivamente il problema. Questo creerà solo delusione e frustrazione a lungo termine. Sapete cosa fanno i bambini-consumatori insoddisfatti? Fanno i capricci. I marchi dovrebbero tenerlo a mente.
Le imprese dovrebbero essere più intelligenti e giocare d’anticipo perché quando l’opinione pubblica si renderà conto della complessità dei problemi che l’umanità deve affrontare e realizzerà la fonte del cortocircuito in cui siamo, non saranno più sufficienti gli slogan buonisti e l’imposizione della narrazione “buoni contro cattivi”.

Credo che i marchi dovrebbero essere più intelligenti e giocare d’anticipo perché, in breve tempo, l’opinione pubblica si renderà conto della complessità dei problemi che l’umanità deve affrontare e non saranno più sufficienti gli slogan e l’imposizione della narrazione “buoni contro cattivi”. Dovrebbe essere speranza di tutti che le persone, sempre più informate e consapevoli, esigeranno soluzioni autentiche e sceglieranno di conseguenza.
© Elisa de Simone, 2025-2026. Se questo contenuto ti è utile, condividilo citando la fonte. La riproduzione integrale è vietata senza autorizzazione. Sono benvenute citazioni, analisi e condivisioni con link e attribuzione alla fonte originale.




