COSCIENZA, PENSIERO CRITICO
Federico Faggin: A New Narrative of Consciousness
Il caso emblematico di Federico Faggin mi porta a una domanda più ampia sul momento storico che stiamo attraversando: in che direzione stiamo andando quando parliamo di coscienza, e perché sentiamo ancora il bisogno di dimostrare ciò che possiamo sperimentare direttamente?
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Non provo a spiegare che cosa sia la coscienza né a costruire una teoria definitiva. Mi interessa il metodo: perché sentiamo il bisogno di narrarla, spiegarla e dimostrarla; chi decide quali esperienze siano legittime; e che cosa succede quando il limite degli strumenti disponibili diventa, arbitrariamente, il limite di ciò che siamo autorizzati a esplorare.
Viviamo un momento esternamente caotico, polarizzato, saturo di informazioni, narrazioni contrapposte e risposte vendute con grande sicurezza. Io ho l’impressione che tutto questo stia producendo anche un movimento opposto: c’è chi cerca ossessivamente altre risposte all’esterno e chi usa il caos esterno come uno specchio, tornando a interrogarsi su di sé, sulla propria stabilità interna, sul proprio benessere spirituale e su ciò che chiamiamo coscienza.
E prima ancora di chiederci quale dovrebbe essere questa narrazione, mi interessa capire chi abbiamo autorizzato a costruirla per noi.
Perché abbiamo bisogno di intermediari per raccontare e legittimare qualcosa di cui facciamo esperienza in prima persona?
Chi ha il diritto di raccontare la coscienza?
A noi esseri umani piace raccontare. Raccontiamo per comprendere, ricordare, condividere, esplorare. Una narrazione può essere una mappa utile. Il problema nasce quando la mappa pretende di diventare il territorio e, soprattutto, quando il racconto viene delimitato e controllato da pochi autoeletti che si pongono come intermediari tra noi e qualcosa di cui facciamo esperienza in prima persona.
Religione, scienza, accademia: cambiano il linguaggio e gli strumenti, ma il rischio è lo stesso quando qualcuno rivendica l’autorità esclusiva di stabilire che cosa sia reale, che cosa significhi e quali esperienze possano essere considerate legittime. Qualunque cosa ecceda quel perimetro diventa allora irrilevante, ingenua, irrazionale o sospetta.
Eppure stiamo parlando della coscienza. Non di qualcosa a cui soltanto pochi eletti abbiano accesso, ma di ciò che siamo, della condizione attraverso cui ciascuno di noi fa esperienza di sé e del mondo. Le esperienze di cui parla Federico Faggin – meditazione, introspezione, osservazione della propria coscienza, sogni lucidi, esperienze fuori dal corpo (OOBE) e altre esperienze di risveglio – non richiedono alcun intermediario: possono essere esplorate direttamente.
Perché abbiamo bisogno di intermediari per esplorare la nostra coscienza?
Perché la scienza o la religione dovrebbero avere un’autorità privilegiata nel raccontarla?
Perché un’esperienza diretta deve essere spiegata e dimostrata prima di poter essere esplorata?
Dimostrata a chi? Da chi? E attraverso il linguaggio stabilito da chi?
A chi serve questa necessità di validazione?
E che cosa succede al nostro potere individuale quando deleghiamo a qualcun altro il compito di dirci che cosa possiamo considerare reale della nostra stessa esperienza?
Federico Faggin e il paradosso della legittimazione
Federico Faggin è per me un caso emblematico proprio per la sua provenienza: fisico, inventore, protagonista della storia del microprocessore e quindi di uno dei territori più tangibili della tecnologia. Negli ultimi anni ha portato il tema della coscienza al centro della propria ricerca, arrivando anche, insieme a Giacomo Mauro D’Ariano, a proporre un modello teorico formalizzato.
Trovo interessante il tentativo. Ma proprio quel tentativo mi fa nascere una domanda ancora più radicale: e se il problema fosse già il bisogno di arrivare alla formula? Perché dovrebbe essere necessaria una formula affinché la conversazione diventi legittima? Perché un’esperienza soggettiva dovrebbe acquisire dignità soltanto dopo essere stata tradotta nel linguaggio matematico e scientifico disponibile in un determinato momento storico?
Non che sia sbagliato cercare una formula. La matematizzazione può essere utile per costruire un modello condivisibile, confrontabile e criticabile. Ma una descrizione non coincide con l’esperienza che descrive. E soprattutto non vedo perché la mancanza di una descrizione soddisfacente debba trasformarsi automaticamente nell’invalidazione dell’esperienza.
Il limite degli altri non deve diventare il limite dell’esperienza
Qui per me c’è un problema ontologico ma anche comunicativo. Se tu non puoi osservare direttamente una mia esperienza soggettiva, questo pone innanzitutto un limite alla tua osservazione. Non dimostra automaticamente che l’esperienza non esista, e soprattutto non mi obbliga a trasformare il tuo limite nel mio.
Perché dovrei ridurre ciò che posso esplorare direttamente e personalmente, senza intermediari, al perimetro di ciò che qualcun altro riesce attualmente a misurare, o anche solo considerare?
I limiti degli altri non devono diventare i miei e non definiscono la mia esperienza.
Io documento da oltre dieci anni esperienze che fanno parte della mia vita quotidiana da molto prima: sogni lucidi, stati di coscienza, esperienze che interpreto e osservo nel tempo cercando connessioni, differenze e ricorrenze. Non le documento per convincere qualcuno. Le documento perché interessano a me, perché fanno parte della mia esperienza e perché osservare con continuità è un modo di conoscere.
Posso sbagliare interpretazione. Posso cambiare idea. Posso arricchire le mie definizioni. È precisamente questo il punto: esplorare non significa pretendere di possedere già una verità. Significa concedersi il diritto di osservare senza dover ottenere preventivamente il permesso di qualcuno.
Quando la scienza diventa scientismo
La scienza ha bisogno di confronto, dialogo, verifica, correzione e soprattutto della possibilità di dire: non lo sappiamo ancora. È un metodo di esplorazione, non una divinità incaricata di distribuire certificati ontologici alla realtà.
Il punto critico emerge quando il limite metodologico viene trasformato in una sentenza. “Non disponiamo ancora di strumenti sufficienti per stabilirlo” è una posizione scientificamente sensata. “Quindi non esiste, e chi ne parla è ridicolo” è un’altra cosa. Quello non è rigore: è scientismo.
Lo scientismo non difende la scienza: quando diventa dogmatico, ne tradisce il metodo.
Una postura accademica chiusa, che assume di avere già stabilito quali domande siano lecite, quali ipotesi siano presentabili e quali esperienze meritino ascolto, finisce paradossalmente per porsi contro ciò che dice di difendere. La scienza non può vivere senza curiosità. Se il paradigma diventa intoccabile, non abbiamo più ricerca: abbiamo un’autorità.
Chi decide che cosa merita di essere esplorato?
La questione diventa ancora più interessante quando ci accorgiamo che alcuni fenomeni considerati improponibili nella conversazione comune sono stati, in altri contesti, ritenuti abbastanza interessanti da essere studiati. Il programma statunitense STAR GATE, per esempio, ha investigato per anni fenomeni anomali tra cui la remote viewing. Questo non dimostra automaticamente che ogni affermazione sulla visione remota sia vera. Dimostra però una cosa molto più semplice: studiare un’ipotesi non significa crederci, e parlarne non dovrebbe essere un reato intellettuale.
È qui che mi interessa osservare la narrazione. Chi stabilisce quali argomenti siano rispettabili? Quando un’ipotesi viene considerata ricerca e quando diventa improvvisamente qualcosa da deridere? Quanto incidono reputazione, finanziamenti, interessi istituzionali, appartenenza accademica e convenienza nel mantenere un paradigma? Non ho bisogno di inventare una risposta unica per considerare legittime queste domande.
Anche per questo trovo emblematico Faggin: una figura celebrata quando parla di tecnologia diventa improvvisamente molto più scomoda quando usa la propria autorevolezza per porre domande che escono dal perimetro materialista dominante.
Il punto, però, non è sostituire un’autorità con un’altra. Diffido profondamente delle narrazioni messianiche che mettono il singolo su un piedistallo, trasformandolo nel salvatore o nel detentore privilegiato della verità. Sono narrazioni che infantilizzano, deresponsabilizzano e tolgono potere alle persone per trasferirlo nelle mani di qualcun altro.
Faggin mi interessa per un’altra ragione: osservare che cosa succede alla conversazione quando qualcuno con credenziali difficili da liquidare cambia domanda.
Sostituire l’arroganza con la curiosità
Una nuova narrazione della coscienza non richiede una nuova ortodossia. Non abbiamo bisogno di sostituire un dogma materialista con un dogma spirituale. Possiamo fare qualcosa di molto più interessante: osservare, documentare, confrontare, costruire ipotesi, cercare correlazioni, studiare, cambiare idea.
E soprattutto distinguere una frase che apre la ricerca – “non sappiamo ancora spiegarlo” – da una frase che la chiude – “se non sappiamo ancora spiegarlo, allora non esiste”.
Non sento il bisogno di dimostrare a qualcuno ogni aspetto della mia esperienza perché non ho bisogno che la mia esperienza venga convalidata da lui. Il confronto può interessarmi. Una spiegazione può interessarmi. Un modello può interessarmi. La curiosità altrui può arricchire la mia. Ma delegare completamente all’esterno il diritto di stabilire che cosa posso considerare degno di esplorazione è un’altra cosa.
Una nuova narrazione della coscienza non dovrebbe dirci che cosa sia la coscienza, dovrebbe restituirci il diritto di esplorarla.
Chi abbiamo autorizzato a decidere quali esperienze possiamo considerare reali, quali domande possiamo porre e quali parti della realtà siamo autorizzati a esplorare?
Domande utili per esercitare il pensiero critico
Se un’esperienza è soggettiva, significa che non ha alcun valore conoscitivo?
No. Significa che bisogna distinguere tra esperienza, interpretazione dell’esperienza e prova condivisibile. Il fatto che un fenomeno sia soggettivo pone problemi di verifica esterna, ma non rende automaticamente irrilevante ciò che il soggetto osserva.
Chiedere prove scientifiche è sempre scientismo?
No. Chiedere prove è perfettamente compatibile con il metodo scientifico quando vogliamo trasformare un’ipotesi in conoscenza condivisa. Bisogna però avere l’umiltà di considerare possibile anche ciò che i nostri mezzi scientifici limitati ancora non possono dimostrare. Lo scientismo emerge quando il metodo scientifico viene trasformato nell’unico criterio possibile di realtà o quando l’assenza di una prova disponibile viene trattata come prova definitiva di inesistenza.
Perché costruire modelli matematici della coscienza, allora?
Perché un modello può permettere di formulare ipotesi più precise, confrontarle e cercare conseguenze verificabili. Il problema non è costruire modelli: è confondere il modello con la totalità del fenomeno che tenta di descrivere.
Il fatto che la CIA abbia studiato la remote viewing dimostra che funziona?
Dimostra che il fenomeno è stato considerato abbastanza interessante da essere investigato in programmi istituzionali. I risultati e la loro interpretazione restano oggetto di discussione. È però un buon esempio della differenza tra esplorare un’ipotesi e dichiararla vera o falsa in partenza.
Come distinguere curiosità e credulità?
La curiosità lascia aperta la possibilità di sbagliarsi. Documenta, confronta, cerca spiegazioni alternative e non ha bisogno di trasformare immediatamente un’esperienza in una verità universale. La credulità decide troppo presto; il dogmatismo fa esattamente la stessa cosa, soltanto nella direzione opposta.
Se ti manca un posto in cui fare queste domande
Se questi temi ti interessano e non trovi facilmente persone con cui parlarne senza dover scegliere tra credere a tutto o liquidare tutto, puoi scrivermi. Se hai una domanda breve e posso rispondere in poche righe, lo faccio volentieri. Il confronto, quando nasce dalla curiosità, è già parte dell’esplorazione.
Sources and further information
- Giacomo Mauro D’Ariano, Federico Faggin, Hard Problem and Free Will: an information-theoretical approach.
- CIA Reading Room – STAR GATE collection.
- An Evaluation of the Remote Viewing Program, documento disponibile nel CIA Reading Room.
- Stanford Encyclopedia of Philosophy – Consciousness, per un inquadramento filosofico generale del problema.
- Federico Faggin, Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura, Mondadori.




